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Studio Montefiorino

La scoperta espressiva dello smalto

La nuova frontiera artistica

Smalto su tela

Se si mette sul fuoco una pentola piena d'acqua, a 45° l'acqua sarà calda, a 70° rovente, a 99° vicina al punto d'ebollizione, ma sarà sempre ancora acqua. Solo a 100°, né prima né dopo, avverrà il passaggio e diventerà vapore. Si tratta di una metafora semplice, quasi banale, che sta alla base della più semplice reazione fisica con cui veniamo in contatto quotidianamente senza rendercene conto, ma è decisamente calzante per definire l'effetto sorprendente dell'operazione che Maurizio Carpanelli è riuscito a realizzare con questo nuovo ciclo di opere, ottenute mediante la soluzione dello smalto disciolto in acqua. In fondo cosa c'è di più instabile e informe dell'acqua? Sembra quasi una contraddizione che questo elemento, indomabile per sua natura, venga utilizzato da Carpanelli per dar vita a sperimentazioni artistiche e generare opere uniche nella loro molteplicità di forme, colori e composizioni. Ci troviamo davanti ad una svolta nella sua arte, dove non è più la sua mano ad essere l'unica fonte operatrice, ma lascia l'ultima parola alla chimica insita nella materia pittorica, rendendola protagonista indiscussa della tela. L'atmosfera infatti è talmente rarefatta, che sembra quasi che l'artista sia riuscito a distillare l'essenza della sua stessa pittura e a rendere tale presenza un'evanescente superficie visibile, proprio come il vapore che, avendo le stesse proprietà dell'aria, è informe, inafferrabile, in continua trasformazione e movimento, sensibile al tatto ma impalpabile, riconoscibile dai nostri occhi ma indecifrabile nella sua conformazione. E' incredibile pensare come l'acqua, unica sostanza che possa essere in grado di dissolversi con un passaggio di stato in una realtà fisica quasi incorporea, sia la base dell'intera costituzione del dipinto, in quanto non serve solo per miscelare e distendere i pigmenti, ma rappresenta la condizione essenziale per cui la materia, in questo caso lo smalto, possa superare la sua fase in potenza e assumere in atto la sua forma espressiva, diventando superficie pittorica "vivente". Carpanelli, maestro del colore materico, in questi nuovi lavori decide di operare nel senso opposto, di lasciare che sia la materia stessa, a seconda della sua natura, a prendere forma, ad adattarsi, a trovare e plasmare il proprio spazio e la propria dimensione. Come un demiurgo l'artista agisce da principio originario, artefice dell'ordine cosmico, e in un tutt'uno tra mano, mente e materia, partecipa in prima istanza nell'attivazione di questo Big Bang che si apre di volta in volta in galassie sempre diverse. Cosa significa dare visibilità al nulla, o meglio, all'ignoto? Carpanelli non dipinge ciò che si vede, poiché niente di preciso o definito si vede, né dipinge ciò che non si vede, perché risulterebbe una sorta di riflesso della propria immaginazione, essendo insito nella mente umana il tentativo di trovare una parvenza di figurazione a tutto quello che appartiene alla sfera dell'invisibile. La frontiera che invece riesce abilmente a varcare è di palesare nella pittura il fatto stesso di non saper cosa si vede, perché a seconda della luce, della distanza e dell'angolazione con cui si guardano le tele cambia l'impressione che ne deriva. L'indeterminato genera bellezza, è una regola innata del sublime estetico. Non c'è niente di più affascinante per chi crea come per chi guarda, che cercare di riconoscere quell'istante: esplosivo, misterioso, come un'energia sotterranea che si libera, sprigionandosi da un altrove irraggiungibile. Anche i colori si perdono nella loro definizione, perché non sono più quelli standardizzati dalla produzione industriale, ma danno origine a delle vere e proprie reazioni con l'aria e l'acqua con cui vengono a contatto, facendo in modo che ogni fusione sia un'amalgamarsi libero, autonomo, privo di qualsiasi controllo, dove vige solo la regola del caso e la naturale predisposizione degli elementi. Danze turbinose in cui la perenne trasformazione genera un'esperienza diversa che non sa dove porterà, quale risultato potrà dare. Le tele si trasformano così in spazi immensi, sconfinati che "permettono allo spettatore di abitarci, di starci dentro", come afferma Rothko, infatti più sono grandi e proiettate verso l'insondabile, più sono intime e umane perché ci sentiamo avvolti da questo velo senza fondo in cui ognuno di noi può riflettere la propria fantasia. Ma se vogliamo concederci ulteriori riflessioni riguardo la loro profondità su cui il nostro sguardo si riversa, il legame con la rappresentazione geometrica dell'universo relativistico, secondo una prima istanza azzardato, sembra invece un paragone legittimo. Nei precedenti lavori astratti di Carpanelli, sia ad olio che ad acrilico, i colori e le pennellate appaiono nitide e decise, nonostante le molteplici complessità di stesura, e questo conferisce loro la peculiarità di risultare aggettanti, come se venissero prepotentemente contro lo spettatore, assorbendo con la forza di un catalizzatore la sua attenzione e imprigionando il suo sguardo. La potenzialità espressiva delle opere a smalto invece rovescia la costruzione prospettica con cui i rinascimentali descrivevano il funzionamento della visuale: in questo caso il punto di vista parte proprio dai nostri occhi e si apre su questi mondi di pura luce, che non appaiono confinati all'interno dei limiti della tela, ma prolungano la vista amplificandola verso un potenziale spazio senza soluzione di continuità. Ancora una volta è la magia dell'indefinito che rende possibile questo effetto e permette un collegamento con la teoria della relatività, seguendo la logica della rivoluzione matematica di Einstein, secondo la quale la geometria dello spazio-tempo elastico descriverebbe l'universo come finito, ma senza limiti. Razionalmente difficile da concepire l'idea di un infinito che si possa generare dal finito, ma questo concetto significa proprio questo, di poter continuare a contare e misurare all'infinito senza arrivare a nessuna conclusione, con la conseguenza che aumentando lo spazio misurabile automaticamente aumenta anche il nulla e l'ignoto. Tale è la sensazione che si prova davanti a questi quadri, trionfi di lirica cosmica, che ci troviamo completamente immersi in microcosmi costellati di punti e scie luminose, che ci rapiscono e ci risucchiano nella vertigine del vuoto, in vortici di flussi energetici e di presenze che con il loro passaggio gravitano attorno a noi. Il movimento non è più di superficie, creato dalla densità volumetrica delle pennellate, ma è sotteso, agisce all'interno della pellicola pittorica e si percepisce come una forza magnetica che trascina e spalma lo smalto in nebulose e in venature sottili, creando svariati giochi di piani sovrapposti. Una deriva quasi inevitabile, come avviene per i lenti spostamenti della crosta terrestre che vengono indotti dalla costante potenza del magma all'interno del nucleo. Sono quadri di forte valore evocativo, che hanno la stessa pregnanza e fascinazione della musica e della poesia, perché sono innanzitutto esperienze emozionali, non verbalizzabili, che sono in grado di trasportarci in un realtà altra, metafisica, quasi sacrale e trascendente. Aria e acqua, cielo e terra, notte e giorno...binomi di elementi ancestrali, di cui l'uomo ha esperienza fin da quando ha memoria, in maniera induttiva prendono corpo nella nostra fantasia in spettacolari scenografie di cieli stellati, fondali sottomarini, superfici terrestri, vedute satellitari, paesaggi surreali... e ci donano l'opportunità d'immergerci nel fascino della pura essenza del colore, facendo scattare in noi sogni e viaggi immaginari unicamente nostri.
Monica Boghi


Monica Boghi

2015-11-07

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